Stand Up Comedy a Napoli, cronache di una serata

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Sul palco dello Slash+ : DDL, Comunale, Verdino e Sacchettini. Qualche anno fa sembrava impossibile, se non a quella piccola nicchia di aficio…aficionad…afissionado…vabbé, di APPASSIONATI di Stand Up Comedy, vedere a Napoli una vasta, variegata e qualitativamente sempre migliore programmazione di Stand Up Comedy a Napoli. E noi di Shockwave Magazine c’eravamo.

Ogni tanto, come le apparizioni a Medjugorge (vabbè se è scritto bene, bene, sennò avete capito!) della Madonna a qualche vecchia con la cataratta, si vedevano i giganti che hanno portato e coltivato il genere in Italia: Giardina, Montanini, Raimondo. Oggi, grazie alla ricca programmazione del Kesté, questi, ed altre giovani, ma già cazzutissime leve (penso a Luca Ravenna) possiamo vederli più volte al mese, tutti i mesi, tutto l’anno.

Comici da tutta Italia, è vero. Ma c’era qualcosa che inevitabilmente mancava, nonostante alcune sperimentazioni, a tratti virtuose, ma purtroppo discontinue: I Napoletani che fanno Stand Up Comedy. Ed è proprio questo che siamo andati a scoprire, in una delle serata di Allert Comedy, progetto fondato da Vincenzo Comunale e Adriano Sacchettini e da ormai un anno estesosi in modo stabile a Davide DDL e Flavio Verdino.

Ai ragazzi, a dir loro “piace esibirsi in più locali possibile. Con pubblici, mood e diverse attitudini del pubblico. Per sperimentare nuovi monologhi, in un allenamento costante. Quest’anno lo faremo sicuramente al Kesté, dove partirà una rassegna dedicata a soli napoletani, qui allo Slash, al Factory di Pozzuoli e in un Associazione Teatro a Caserta: il Club Etnie. Dal Teatro Off al club all’americana dove c’è chi mangia, chi beve, chi urla e se strappi una risata: forse sì il tuo pezzo è davvero buono”.

Ma, insomma, passiamo alla serata. Cosa già di per se figa: a Napoli, quattro comici sul palco: nessuna suocera, semaforo, travestimento o uso funzionale del dialetto. L’MC è Vincenzo Comunale. E non a caso. Il più giovane anagraficamente ma il più anziano e versatile sul palco (è in giro, TV compresa, da quando aveva 16 anni). Da lui non bisogna aspettarsi il monologhista con la sigaretta in una mano e il microfono nell’altra, il cinico dissacrante col codino e il dolcevita nero. Ma semplicemente, perché non è un cinico dissacrante e ha i capelli troppo disordinati per permettersi un codino. Forse è ancora acerbo nei testi, vuole piacere a tutti e, per larghi tratti, ci riesce alla grande. Ha grande mestiere, tanto da spiazzare pensando che ha solo 23 anni. Fa ridere, intrattiene e prepara il pubblico: la parte più difficile di questo mestiere.

Flavio Verdino è il secondo a salire sul palco. Lui, insieme ad Adriano, l’ultimo, sono i due con meno esperienza, affacciatisi appena un anno fa sulla scena. E un po’, si vede. Chi lo ha visto più volte dice che però ha già fatto passi da gigante. Il monologo è interessante, si parla dell’uso della lingua italiana, della sua inutile esterofilia. A tratti prende troppo una forma di sermone. Gli piace quello che pensa, e si vede. Ed ha anche ragione, perché è di fatto interessante. Se fa ridere appena un po’ di più, e lo sa bene, ha un bel cammino davanti.

Il terzo è Davide DDL. Ci parla di diritti delle donne, stupro, gattini malati e estinzione programmata. Lui è proprio quello col codino, la sigaretta in mano e il dolcevita. Solo che fa ancora caldo per il dolcevita, non fuma e ha anche lui il problema di Vincenzo coi capelli (avendo già 30 anni però, averne troppi più che un problema è un traguardo). Il pezzo è pieno di cose, molte delle quali interessanti. Sul palco non ha il flow di Vincenzo, ma se smette di ciondolare e inizia a volere un po’ più bene il pubblico, avremo da divertirci, e non solo noi qui a Napoli.

Adriano chiude, dopo quasi un’ora (molto più piacevole e scorrevole di quanto immaginassi. Abbiamo sempre il terrore di trovarci di fronte a qualche roba di avanguardia che devi per forza far finta di apprezzare). E lo chiude con una sperimentazione, lecita in un contesto di “quasi-lab”. Ha un manichino, rompendo la regola ortodossa secondo la quale ci sei solo tu e il microfono. Racconta la loro storia tra amore e pregiudizio. Lo fa in modo troppo acerbo, decisamente. Ma se ci lavora, è davvero uno spunto che ha intimamente qualcosa di poetico. Vincenzo ci saluta, i comici salgono sul palco.

Tutti sono felici. E sono stati un’ora a sentirli. DDL regala un “roast” (insult show che in America si dedica ad amici che partono, si sposano o vanno in Pensione) a un ex collega in partenza. Fa ridere nonostante non abbiamo alcuna idea di chi sia. Ormai i ragazzi ci hanno in pungo, forse non sanno nemmeno di preciso come, ma ci hanno fatto divertire. Il succo è che vogliamo rivederli. E vogliamo vedere sempre più Stand Up. Peccato che ci stia arrivando ora, spinti da Netflix e dalle mode. Chissà fino ad oggi, cosa ci siamo persi.

Ma vabbé, siamo ancora in tempo.

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