Padiglione 6, in scena a Pistoia torna a splendere il racconto di Cechov

Padiglione 6 Checov

Padiglione 6Ci sono cinque uomini nel padiglione fuori dall’ospedale. Cinque pazienti che neppure ricordano il giorno in cui furono ricoverati. È molto tempo che a loro non si aggiunge più nessuno e ancor di più che un medico si sia preso la briga di visitarli. Non sono, dunque, malati? Perché nessuno se ne prende cura? Semplice, di una semplicità odiosa e disarmante: sono pazzi

Da domenica 20 a giovedì 31 ottobre, Padiglione 6, tratto da un racconto di Anton Cechov, regia e drammaturgia di Roberto Valerio, è andato in scena al Teatro Mauro Bolognini di Pistoia in prima nazionale. Tra gli interpreti, un eccezionale Martino D’Amico nei panni del dottor Andrej Efimyc, Luigi Di Pietro in quelli di Gromov, paziente affetto da manie di persecuzione, e Carlo Di Maio, che si è calato nella parte di Michail, l’amico ciarliero del dottor Andrej. Sul palco con loro, gli allievi dell’Accademia Professionale di Recitazione Ludwig di Roma, che hanno dato voce, o almeno restituito considerazione, ai ricoverati del Padiglione n. 6.

Padiglione 6 Checov

La trasposizione teatrale di Padiglione 6 non delude le aspettative di chi ha in mente il racconto. Valerio non tenta mosse ardite

Rispetta l’originale, lo ricalca pressoché fedelmente, forse perché si ritrova nella narrazione già di per sé spoglia di complicità che caratterizza lo stile di Cechov. Lo scrittore russo, nel 1890, compì un viaggio alla volta della colonia penale di Sachalin, da cui scaturì un reportage dal titolo L’isola di Sachalin. Qui, incaricato di fare un censimento dei detenuti e di valutare le loro condizioni di salute, scoprì una realtà sconvolgente: non uomini, ma bestie; denutriti, umiliati, torturati.  

Il racconto da cui è tratto lo spettacolo risale al 1892 e non è da escludere che Cechov avesse in mente proprio quell’esperienza quando si apprestò a scrivere degli ospiti del reparto psichiatrico. Il titolo dello spettacolo, Padiglione 6, non si ritrova spesso nelle tante traduzioni del racconto, il che fa pensare a una precisa scelta della regia.  Il più delle volte il testo lo trovate sotto il titolo de La corsia n. 6, Il reparto n. 6 o La camera n. 6. Parlare di “padiglione” significa abbracciare un intero edificio – di solito isolato, distaccato dal fabbricato principale -, senza voler ammiccare a facili collegamenti con la dimensione medica, che in fondo costituisce il contesto ambientale e sociale di tutto il racconto. Ma, allora, perché questa piccola licenza, quasi impercettibile, rispetto all’originale? Probabilmente perché Roberto Valerio non vede negli internati dei malati, ma degli emarginati. Lo stesso Cechov ne è convinto.

Padiglione 6 Checov

Le differenze, però, sono molte e non sempre evidenti, proprio perché un sincero rispetto sembra legare il regista alla sua fonte di ispirazione

Partiamo dalle prime battute. Lo spettacolo si apre con il guardiano del padiglione, Nikita, un uomo violento e ignorante, che, sadicamente, si diverte ad immergere e ritrarre da una bacinella, la testa di uno dei poveri ricoverati che quasi rischia l’annegamento. Nessuno interviene. Gli altri assistono in disparte. Come è iniziato, deve finire, da sé. Questa scena, così cruda, così esplicita, non c’è nel racconto di Cechov. Lo scrittore russo preferisce accompagnare il lettore dall’esterno verso l’interno , tenendolo per mano attraverso le ortiche che circondano l’ingresso del padiglione, indicandogli la strada su per i gradini marci e invitandolo a entrare in quell’edificio dal tetto in lamiera arrugginita e dalle pareti prive di intonaco.

Il padiglione 6 è l’inferno, non un reparto d’ospedale

Lo è per Cechov, lo è per Valerio. Ma il regista vuole calcare la mano su questo aspetto e accentua i riferimenti alle sevizie subite dai ricoverati per mostrare l’insensatezza della crudeltà umana.

Un’altra aggiunta che non figura nell’originale viene introdotta nello spettacolo. A un certo punto, il dottor Chobotov, il giovane e ambizioso assistente del dottor Andrej, aziona, con la complicità di Nikita, l’elettroshock su Gromov, il malato che più di tutti ha una parte di primo piano sia nello spettacolo che nel racconto. Tra atroci dolori – anche per il pubblico in sala, che ad ogni scossa viene investito da un fascio di luce a intermittenza di forte intensità – Gromov rivela la sua storia.

Padiglione 6 Checov

Nel libro di Padiglione 6, ciò avviene in maniera più pacata, con il narratore che racconta i trascorsi dell’uomo e di come sia stato rinchiuso in quel luogo

Il rapporto privilegiato che il dottor Andrej intrattiene con Gromov, con il quale parla della condizione dell’uomo e del suo destino, porta, nel racconto, ad oscurare il ruolo degli altri ricoverati. Diversamente da Gromov, non hanno storia. Il loro passato è taciuto, oppure soltanto abbozzato. Sono l’etichetta che la società ha attribuito loro, sono la malattia a causa della quale sono stati internati. Valerio li sottrae all’oblio e, pur senza stravolgere le intenzioni di Cechov, li dota di una presenza scenica più manifesta. Così l’ebreo Mojsejka, nel suo totale scollamento dalla realtà, è il primo ad avvicinarsi a un Gromov svenuto a seguito dell’elettroshock. E l’impiegato che porta orgogliosamente al petto la medaglia dell’ordine di San Stanislao, o ciò che ritiene essere tale,  avrà una parte inedita nel corso di un intermezzo pensato appositamente per mettere in rilievo il disagio mentale. Lo troviamo solo, su un letto. Una metà del corpo veste un burattino a grandezza d’uomo a forma di diavolo e con il braccio che lo anima si infligge del male, serrando tenacemente la mano al collo. È un’allucinazione, un’ossessione. Ma, per lui, è tutto vero.

Veniamo, dunque, al dottor Andrej, il vero protagonista della storia

Direttore dell’ospedale, medico per costrizione paterna, “ama sopra ogni cosa – si legge nel testo di Cechov – l’intelligenza e l’onestà, ma non ha abbastanza carattere e fede nel suo diritto per instaurare attorno a sé una vita intelligente e onesta. Comandare, proibire, insistere, egli proprio non sa. Si direbbe ch’egli abbia fatto voto di non alzar mai la voce e di non far uso del modo imperativo”.

Un debole. Andrej avrebbe tutti i mezzi per riparare alle storture che gli ruotano attorno e di cui è a conoscenza. Sa che il vecchio direttore intratteneva rapporti amorosi con le infermiere e le pazienti, sa che tra il personale dell’ospedale c’è chi vende l’alcol della struttura per trarne profitto. E, ancora, non nega lo stato d’abbandono in cui versa l’edificio, con scarafaggi, topi e due soli bisturi per eseguire gli interventi. Sa tutto, ma non ha l’animo per prendere provvedimenti.

Anche come medico lascia molto a desiderare. Dopo il fervore giovanile, che lo aveva portato ad accettare uno stato non voluto, inizia a trascurare i suoi doveri, passando sempre meno tempo in ospedale e visitando sempre meno pazienti. La sua unica, grande passione è leggere. Leggere libri di storia, filosofia e tante altre materie. Si atteggia a pensatore, fermamente convinto che nella filosofia stoica, che invita a sopportare il dolore, stia la chiave di una vita serena. E questo lo porterà a un contrasto forte con Gromov, che gli rimprovererà di parlare con tanta leggerezza solo perché lui, a differenza degli internati del Padiglione 6, non sa neppure cosa sia la sofferenza.

Ad interpretare questo personaggio accidioso è, come si è detto, Martino D’Amico

La scelta di affidare a lui la parte non è, almeno sul piano esteriore, per niente azzeccata. Cechov, infatti, lo descrive di aspetto “duro, rozzo, contadinesco; con la sua faccia, la sua barba, i capelli lisci, la complessione robusta e goffa, egli ricorda un oste di strada maestra, gran mangiatore, intemperante e intrattabile”. D’Amico non è robusto, non ha la barba e neppure i capelli. Ma è un attore straordinario. Laddove la sua corporatura lo allontana dall’originale, la flemma, il modo di muoversi e di parlare lo rendono uno splendido interprete del personaggio.

Padiglione 6 Checov

Dopo un’ora e mezzo di spettacolo, non c’è astio nei suoi confronti, ma solo un gran rammarico per quello che avrebbe potuto fare e non ha fatto per cambiare le cose

È in una magnifica trovata del regista che riposa l’anima più autentica del dottor Andrej. Ci avviamo verso il finale e Andrej, considerato ormai da tutti matto per la sua assidua frequentazione dei pazzi, riceve la visita dell’amico Michail. Di questo amico, ci dice Cechov, non ne poteva più per i suoi modi invadenti e grossolani. Ogni volta che lo andava a trovare, Andrej si distendeva sul divanetto, di preferenza dando le spalle all’ospite indesiderato. Valerio economizza e riduce l’attrezzatura di scena al minimo indispensabile. Niente divanetto, niente arredi da salotto borghese.  Solo libri. Libri accatastati in quattro distinte pile di diversa altezza allineate sullo stesso asse. Eccolo il divanetto. Un giaciglio solo in apparenza scomodo, sul quale Andrej si è crogiolato per tutta la vita. Un letto nel quale affondare, perdersi, per non pensare al grigiore di cui è impregnato il mondo. Altra via di scampo, non c’è. O questo, o la pazzia.

One Reply to “Padiglione 6, in scena a Pistoia torna a splendere il racconto di Cechov”

  1. Spettacolo meraviglioso , esteticamente perfetto curato in ogni dettaglio con luci , suoni e con le stesse movenze degli attori.

    E’ uno racconto spiegato anche visivamente , triste , inquietante e malinconico.

    Pare esserci una morale finale non eccessivamente estremizzata, ma prevale solo una forte amarezza , di quel che si sarebbe potuto fare.

    Checov e Valerio raccontano un dramma vero , cose accadute che con una visione moderna accadono ancora.

    Accadono ancora e non per forza in case di cura , ma nella vita di tutti i giorni , si ha necessità di combattere per le idee in cui crediamo fermamente per non annegare nelle nostre debolezze e rinchiuderci in mondi inesistenti che ci fanno evitare di vivere a pieno.

    Bravi a tutti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *