(What’s The Story) Morning Glory degli Oasis, un viaggio nell’iconico must mancuniano

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“(What’s The Story) Morning Glory”, vinile degli Oasis, è l’ospite della nostra serata in musica. Un vinile scelto per il titolo, per l’interrogativo che mi pongo ogni mattina, per la passione che ho nelle albe e per l’auspicio di tutta la gloria che possa pervadere ogni mio buongiorno

Rieccoci, pronti con il “dito” di guerra ad affrontare il nostro rito propiziatore, un momento solo nostro che affonda nell’esigenza di quarantacinque minuti di musica, il bisogno di ascoltarci, sin nell’inconscio. Il vinile che ho in serbo per stasera è lì sullo scaffale che mi fa l’occhiolino dalla fine di settembre, quando mi fu regalato, ma che avevo promesso a me stessa di scartare solo per una grande occasione di felicità, o per un eccessivo bisogno di consolazione, come solo gli Oasis sanno fare, da sempre, nella mia vita. Quale dei due casi sia questo, lo scoprirete piano piano.

Ma adesso bando alle ciance, su queste testine dei nostri grammofoni su (What’s The Story) Morning glory e giù con l’ascolto del gruppo di cui più si attende il ritorno, o per lo meno di cui io attendo la reunion, i Big O.

Mentre “Hello”, primo brano del Lato A di (What’s The Story) Morning Glory accenna le sue prime note, apro il frigorifero alla ricerca della mia Salvator della Paulaner e mi posiziono per l’ascolto di uno dei miei album del cuore. Il mio amore per le birre rosse nasce proprio da questa birra, come nelle migliori delle vicende, per sbaglio. In una delle mie serata da universitaria spensierata, che faceva la spola nei suoi giovedì sera da fuorisede tra via Mezzocannone e Piazza Bellini di Napoli, quando incappai in una apertura di una nuova birreria artigianale, con degustazione dei prodotti alla spina connessi. E all’assaggio della Salvator fu subito amore. Da oltre 375 anni la Salvator è prodotta secondo la ricetta tramandata: birra scura dal colore castagna, con una schiuma color caramello e un’avvolgente fragranza di cioccolato; come tutte le doppio malto per tradizione finisce col suffisso -ator.

Mentre le immagini di quella sera scorrono nella mia mente, mi fermo ad ascoltare con impegno questa frase:

“Ti prendi tutto il mio tempo
Le giornate sono lunghe e la notte ti butterà via
Perché il sole non splende
Nessuno dice mai che il tempo può condizionare la tua giornata
Nessuno sembra mai ricordarsi che la vita è un gioco al quale giochiamo”

Tempo e gioco sembrano essere le parole chiave di questo intro, nonché i due concetti che ossessionano la mia esistenza. Seneca diceva che gli uomini sprecano il tempo a loro disposizione, per poi lamentarsi della brevità dell’esistenza. Purtroppo la maggior parte degli uomini sono dei fannulloni, oziosi, affaccendati in una miriade di occupazioni futili, eternamente occupati a ricercare ricchezze o successo o divertimenti. E’ stolto differire la vita e confidare sempre nel futuro: così facendo,l’uomo spreca il presente,che è l’unico tempo che egli possa controllare davvero, e si affida al futuro rendendo la sorte padrona delle sue vicende. Eppure è ciò che siamo portati sempre a fare, ad investire l’oggi in funzione del domani, senza pensare step by step. Nel concreto così come nelle relazioni umane. Meno di un anno fa abitavo in un’altra città, avevo un’altra vita e lavoro, ero insomma un’altra persona. La scorsa settimana ci sono ritornata in quella città, per la prima volta dopo dieci anni come turista. Assaporarne colori e odori è stato un vero tuffo nel passato, non temporale quanto anagrafico. Ho rivisto le risate su quei gradini, i pianti disperati e le febbri da post esame, le corse contro il tempo per non bucare l’ennesimo appuntamento col destino. Adesso invece è tutto così diverso. Ed è così diverso da sembrare incredibilmente lontano nel tempo: “un’altra vita”. Esattamente quello che ho esclamato pensandoci, al mio rientro.

Secondo brano di (What’s The Story) Morning Glory è “Roll With In”, che incalza sugli stessi temi:

“Devi stare al gioco
Devi prendere il tuo tempo
Devi dire quello che vuoi
Non lasciare che qualcuno sia di intralcio
perché non riuscirei ad accettarlo”

A proposito di gioco, mi viene in mente una citazione di Montale rivisitata: “spesso il vivere male ho incontrato”. Perché vivere se ci rifletti è un’esperienza terrorizzante: abbiamo corpi (e peggio ancora mettiamo al mondo corpi) a cui può succedere ogni genere di sventura, siamo bombe a orologeria biologiche. Siamo delicati, sottili, con la pelle che ci fa sentire tutto e ci ostiniamo a correre con le forbici in mano. Fa paura vivere perché dura tantissimo se sei infelice e se stai bene dura niente. E torniamo alla scelta dell’album, questo periodo della tua vita sta durando poco o tantissimo? Se ci fosse un manuale su come vivere la vita limitando i danni, dovrebbe avere tra le prime cinque regole il sincerarsi di essere un giocatore consapevole quando inizi a giocare, ed imparare a distinguere tra gioco e realtà. “Non lasciare che qualcuno ti sia d’intralcio”, ripete incessantemente Liam Gallagher, come a mettermi in guardia in questo gioco ormai semestrale. Quanto vale una storia tipica della nostra «generazione di mezzo»? Dove i contatti non li tronchi mai, dove c’è sempre un profilo social da guardare, un post da interpretare, nel gioco della tecnologia. Ma labbra da baciare poche? Mi domando mentre controllo ossessivamente, di nuovo, il cellulare, in attesa di un messaggio che non arriverà, almeno per stasera.

Un brano, in (What’s The Story) Morning Glory, capace di far emergere le coscienze eppure viene considerata dallo stesso Noel Gallagher un pezzo insopportabile, anche se è un concentrato di energia particolarmente ben riuscito, forse il più rock ‘n roll dell’album.

Facciamo un passo indietro, chiunque ha maneggiato una chitarra ha provato nella sua vita ad accennare qualche accordo- alla – Oasis. Gli accordi sono sempre gli stessi e, usando un capotasto, praticamente sempre aperti, ma è soprattutto il ritmo a rendere le canzoni dei Big O facilmente replicabili, essendo quasi tutte in un quattro quarti che generalmente non va oltre la velocità di crociera. Ciò ha generato l’equivoco che si è fatto strada in tanti adolescenti (e non solo), confondendo una tecnica (anche meno che) ordinaria con un talento altrettanto ordinario.

Come egli stesso ha più volte raccontato, i brani di questo album sono nati tutti con lo stesso protocollo, melodia (spesso prima di addormentarsi) – sillabe – testo. La caratteristica di questo album, dai fan più incalliti reputato più borghese rispetto al precedente “Definitely Maybe” in cui nei testi usciva fuori tutta la rabbia dei cinque squattrinati e quasi reietti della periferia di Manchester, è nella bidimensionalità musicale dei brani. Noel riesce a creare bridge e intermezzi preparatori ai grandiosi ritornelli, con gli assoli scolastici ma roboanti, “orchestrali” di Noel, con la stessa produzione che appiattisce e irrobustisce il segnale “medio”, facendo esplodere l’insuperabile potenziale melodico dei pezzi.

Terzo brano di “(What’s The Story) Morning Glory” è l’inno degli Oasis, il brano più conosciuto, cantato, urlato e dedicato, la magica “Wonderwall”. La storia di questo brano è quello che ogni donna sogna di provare almeno una volta nella vita: la testimonianza, se non cantata, almeno dimostrata, di essere il punto di riferimento, il sostegno indissolubile per il suo uomo. La ragazza del tempo di Noel, Meg Matthews, che poi diventò sua moglie, era rimasta senza lavoro ed egli voleva farle capire quanto fosse importante per lui, il suo muro portante. Che il lavoro sia una parte integrante e necessaria nella vita di ogni generazione è risaputo, ma in questa generazione di mezzo – formata da plurilaureati disoccupati, figli boomerang che ritornano dai genitori dopo anni di assoluta indipendenza, lavoratori incessanti che non hanno tempo di respirare eppure devono centellinare ogni acquisto perché spesso sottopagati o vittime della morsa del fisco – il senso di frustrazione è stringente, quasi soffocante, spesso logorante anche per i rapporti umani. Nell’ultimo periodo io stessa ho preso ansiolitici con la stessa frequenza con cui una persona normale prende il caffè; vomito prima di ogni riunione, non dormo bene perché non riesco a smettere di pensare e mi rendo conto che l’aver fatto ritorno alla base, come per un boomerang che parte da un punto, sbatte in variati ostacoli durante la corsa deformandosi, quando torna al punto di partenza non si trova più a suo agio perché cambiato radicalmente, fa di me un peso. Un peso prima per me stessa che per gli altri. È dura, ma in questi mesi c’è stato un Wonderwall-con-gli-occhi-blu, un diversivo alla vita, uno stimolo al provare a non far correre la mia testa a cento all’ora. Riuscendoci. Forse Meg era questo per Noel. Forse questo era quello che avremmo bisogno tutti di essere, o a cui aggrapparci per uscire dai nostri loop esistenziali. Forse dovremmo solo imparare a smettere di fare i fenomeni e accettare i nostri limiti, imparare a convivere con essi e a impartire anche i “no” come risposte.

“… and after all, you’re my wonderwall”

Fine del Lato A di “(What’s The Story) Morning Glory”, mi alzo per cambiare il lato dell’album e guardare dalla finestra il cielo, sperando che un warmhole mi risucchi e mi conduca in una dimensione in cui il tempo non sia necessariamente orizzontale, ma che possa essere misurato con i battiti delle emozioni. Che possa permettermi di scrivere “and after all, you’re my wonderwall” in un messaggio, senza vergogna. Che faccia dei miei limiti umani dei pregi. Che possa riportarmi nell’epoca in cui riconoscere dei sentimenti era parte integrante della quotidianità, un fenomeno così normale da rendere tutti felici e vogliosi di gridarlo al mondo, anziché in questa in cui ammetterlo diventa livoroso e la necessità di gridarlo è solo per disperazione, così si finisce solo per implodere, emozioni, ricordi e persone.

Do un sorso alla mia Salvator – sperando mi salvi dal peso che porto sullo stomaco – e lascio che a cullarmi siano le prime note di “Don’t Look Back In Anger”, primo brano del Lato B di “(What’s The Story) Morning Glory”, targato esclusivamente Noel Gallagher. Definiti “fratelli- coltelli”, o “I Romolo e Remo degli anni novanta”, i due Gallagher (no, non sono i miei gatti, ma gli originali) in questo secondo album – registrato di fretta e tra continue tensioni – devono mettere a tacere ognuno il proprio ego e ripartirsi le due perle dell’album, Wonderwall lasciata alla graffiante voce di Liam, sporcata dagli stravizi alcolici e spesso mandata in fumo dalla droga, e Don’t Look Back In Anger alla chitarra e voce meno marchiata del Chief – Noel.

Ma la gestione dell’egocentrismo non è cosa da poco, così mentre Noel registra la sua parte vocale, Liam esce dallo studio. Poco dopo le tensioni esploderanno tanto da interrompere le sessioni per tre settimane. Quando riprendono un altro dei loro miti, Paul Weller raggiungerà la band in studio, suonando la chitarra e prestando la voce per un altro classico, “Champagne supernova”. Don’t Look Back in Anger, come lo stesso Noel ha più volte ripetuto, non ha un significato ben preciso, ma la cosa non interessa veramente a nessuno dal momento che è una canzone di una bellezza disarmante. Eppure così non sembra, la musica è emozione e specchio del proprio momento o di un intero vissuto.

“E così Sally può aspettare
sa che è troppo tardi mentre lei sta andando avanti
la mia anima scivola via
ma non guardare al passato con rabbia
ti ho sentito dire”

Come abbia mai Sally potuto lasciare andare Noel, resta uno dei più grandi misteri dell’umanità. Certo una tempra ribelle e rivoluzionaria come la sua non sarà stata facile da gestire. Dissolutezza, concerti, nottate avvolto nella scrittura, sbronze propedeutiche alla propria arte. Sembra un po’ il mio specchio. Quante serate ho passato ricorrendo al gin per riuscire a calare il velo dell’impenetrabile interiorità e mettermi a scrivere. Buttare giù dieci righi rinunciando all’appuntamento con le amiche, o con l’uomo di turno. Sarà stato difficile anche per loro, solo adesso che sto dall’altra parte, da quella dei “rimandati alla prossima serata buona” riesco a capirlo. E mi viene l’istinto benevolo di prendere il cellulare e inviare un messaggio di scuse a ognuno di loro. Scusa per tutte le volte che non vi ho ascoltato, per tutte le volte che ho messo davanti il mio lavoro, le mie mail, l’aspettativa di un concerto, un live report o una biografia davanti al tentativo di raccontarmi la vostra giornata nera. Per tutte le volte che non ho saputo esserci, per tutti i “ci sentiamo dopo” inevasi. Non ero cattiva, ero solo troppo presa da me, troppo poco da voi. E adesso invece la mia amica Federica mi chiede come sto dalla parte degli incompresi. Mi chiede di colui che adesso è troppo pieno di se e poco di me. Le parole che scrivo, loro mi domandano a chi le mando per prime, se sono ancora buone senza il suo benestare. Il divano blu che ho acquistato per la mia nuova casa mi chiede dove si sarebbe seduto scomodamente guardando gli zombi. Gli zombi mi chiedono se avrà chiuso anche con loro. Alla fine si è scoperto che gli zombi muoiono se li ignori, come le amicizie, come gli amori. Sally, se puoi ripensaci. E non solo tu.

Prossimo brano di “(What’s The Story) Morning Glory” è “Hey Now” un brano che racconta cosa vuol dire essere e sentirsi un gruppo, una squadra. Ma di quante persone può essere formata una squadra? Anche di due, se insieme riescono a fare muro.

“La prima cosa che ho visto entrando dalla porta

era un segno sul muro che diceva

che probabilmente non saprai mai che io voglio che tu sappia cosa c’è impresso nella tua mente

e il tempo perché così com’è non può essere trattenuto nelle mie mani

o vivere sotto la mia pelle

e mentre cadeva dal cielo mi sono chiesto perché

perché non faccio mai entrare nessuno?”

E invece adesso è necessario che si sappia cosa c’è impresso nella mia mente. Ci sono giorni sempre uguali che danno un calcio a quelli dopo per mandare avanti il tempo. Con la voglia di cambiare, ma non sapere da dove iniziare. Quel vivere male da dimissionari, quando il “fuori” non è più lo spazio dove tutto è possibile, il fuori è solo una minaccia, la fonte infinita di nuovi asti. Ci sono persone che avrebbero preteso di insegnarmi come vivere, o come farlo al meglio, e la cosa mi ha sempre molto indispettita. I saggi lo sanno e infatti non ti insegnano a vivere, al massimo rimpiangono di non avere più tempo per fare nuovi errori. Segui il cuore, ti dice uno, segui la mente, ti dice l’altro, ma per me vale sempre e solo l’agire a sentimento, che non vuol dire a istinto, vuol dire “a bontà tua”, “a umanità”, con tutta l’empatia che puoi, anche quando ti trovi di fronte a gente impossibile. È facile che dopo aver empatizzato l’altro continui ad essere detestabile, accade, ma almeno, una volta calato nei suoi panni, dovrebbe essere più facile dargli dei gran calcioni nel culo con le sue stesse scarpe. C’è la solitudine, quella che spesso e volentieri ho incontrato, in questa vita.Teneva a braccetto tutte le persone male accompagnate, anche da loro stesse, come me. Chi è solo viene rassicurato: da qualche parte c’è la tua anima gemella. Ma io non faccio il paio nemmeno con me, figurarsi se ho voglia di trovarmi una gemella in cui specchiarmi e sputarmi. Io non voglio l’anima gemella, voglio l’anima sentinella, quella che ti gira attorno, vicinissima anche a distanza e ti guarda le spalle, si prende cura. Le anime sentinelle non si allontanano mai troppo, ascoltano se ti va di parlare, perlustrano il campo, ti danno il via libera o il resta, se è il caso di restare. Poi c’è l’isolamento, che è diverso dalla solitudine, e raggela il sangue. Un corpo medio ha cute da accarezzare per circa due metri quadri, spanna più spanna meno, la dimensione di uno sgabuzzino che è sempre il posto più freddo di un appartamento. Quando non si è felici, nessuno accarezza il nostro corpo, non si è amati, ci si sente chiusi in uno sgabuzzino, dimenticati. È transitorio, bisogna ricordarselo, anche i regali di Natale se ne stanno chiusi per un sacco di tempo negli sgabuzzini o negli armadi, almeno finché arriva il loro momento.

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Mentre questo flusso di coscienza è involontariamente in atto fuori e dentro di me è il momento dell’ultimo brano di “(What’s The Story) Morning Glory”, “Bonehead’s Bank Holiday” che sembra offrire la giusta soluzione a questa empasse di vita momentanea.

“Sai che mi serve una piccola pausa

Per andare in vacanza

Così posso vedere il sole

Perché al sole dicono sia divertente

Se riesci a prenderne un po’”

Ma tu magari mentre guido dormi e ti sveglio io quando arriviamo a Happyland. Nel frattempo ascolto musica triste, triste triste triste triste come me. La tristezza ha quasi sempre a che fare con una mancanza, mentre il dolore ha quasi sempre a che fare con una perdita. La perdita è lancinante, definita e purtroppo spesso definitiva, ha nome e a volte anche cognome. La mancanza no, è uno spazio bianco, un vuoto. A volte il dolore diventa tristezza, è quando la perdita diventa mancanza. Se sono giù, guardo le vecchie foto. Prima di un periodo di grande gioia, c’è sempre uno scatto in cui ho un’aria infelice. È un pensiero che mi dà conforto, la tristezza è un preludio. Un preludio ad una cosa bella. Facciamo un biglietto e partiamo. Non importa dove, a Matera c’è la mostra di Dalì, a Bologna le luminarie di Lucio Dalla, a Firenze Marina Abramovic e il situazionismo. L’importante è fare il primo passo, e scegliersi i giusti compagni di viaggio. Come questo album stasera, (What’s The Story) Morning Glory. Il consolatore da sempre e per sempre.

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