La difficile vita della musica emergente nel 2019. Come aiutarla?

Musica emergente

Una piccola grande occasione per la musica emergente, dedicata da Shockwave a tutti voi

Guardiamoci negli occhi e parliamoci con grande sincerità. Il mestiere del musicista è cambiato, drasticamente. E’ cambiato così tanto che potremmo in tutta sincerità ammettere che, nel ventunesimo secolo, il modo migliore per diventare un musicista sia proprio non esserlo affatto.

Ve ne sarete resi conto. Scordatevi i periodi “felici” (tra dovute virgolette) in cui ci si poneva dietro a degli strumenti con la sola preoccupazione di produrre qualcosa di qualitativamente buono, in grado di attirare l’attenzione di un pubblico ingordo e bisognoso di novità, li dove specie tra anni 70 e 90 ancora era tanta la musica da scoprire, da sviluppare, da portare alla luce.

E così il musicista medio non doveva far altro che avere l’idea giusta e pregare in quel famigerato colpo di fortuna

Vedere il suo EP ascoltato da qualche discografico curioso, magari anche rimediato casualmente a una qualche serata in un locale di periferia. E così nasceva ed è nata l’epopea di quei molti artisti che hanno segnato in qualche modo la storia della musica.

Oggi fare arte non basta più, farla bene è men che mai rilevante e proporla verso i canali giusti è un’impresa ardua. Di base, infatti, non esistono più i canali giusti. Esistono solo quelli usati bene e dietro quel buon utilizzo, spesso, si nascondono grandi quantità di investimenti e, alle volte, anche qualche fortunosa conoscenza.

Si chiedeva, Eugenio Montale, preso dal suo secondo mestiere di giornalistico come fosse possibile, per un’artista, continuare a produrre arte di rilievo mentre si è impegnati in altro

Se lo chiedeva negli anni cinquanta, li quando già l’arte non bastava più a guadagnarsi il pane. E parliamo di Eugenio Montale, volto noto che morto nel 1986 ricevette persino l’onore dei funerali di stato. Se persino uno dei due grandi “dittatori” culturali del ‘900 (all’altro capo del ring vi era Benedetto Croce) aveva di che lamentarsi nel suo costretto doppio lavoro, vi lascio immaginare quanto sia deprimente per il musicista di oggi divincolarsi in quella che è una costretta tripla attività. Già, tripla, perché fare musica emergente non significa più semplicemente “suonare, comporre, accendere un cero e attendere la grande onda” ma essere imprenditori, imprenditori di noi stessi e della nostra immagine, un’immagine da curare nei minimi dettagli e con costanza maniacale.

I social network, youtube e le piattaforme di stream hanno reso la musica alla portata di tutti, hanno reso tutti diffondibili al grande pubblico e, allo stesso tempo, hanno chiuso i cancelli a chiunque. Poco di cui consolarsi, i grandi mezzi di comunicazione del ventunesimo secolo, figli della grande massificazione degli anni sessanta, hanno distrutto l’arte e reso la vita impossibile all’artista.

Musicista, gestore della propria immagine e imprenditore di sé stesso. Infine persino lavoratore, perché l’arte non pagava ieri e non paga oggi, in qualche modo bisognerà pure finanziarsi giusto?

Tutte queste riflessioni, ovviamente, nascono da chi questo ambiente lo sta mordendo con i suoi denti, partendo tra le altre cose da una posizione tremendamente sfavorita (voler fare successo con il progressive metal partendo dall’Italia è da idioti, di fatto non eccello in brillantezza e non mi vergogno ad ammetterlo).

Chi vede nei social l’opportunità di un mezzo gratuito per l’informazione ad ampio raggio non si rende conto di star osservando un feticcio, una falsità, un orpello anacronistico (cit. Cannarsi) e che se vi è qualcosa che proprio i social non possono fare è diffondere in modo capillare del materiale. L’overload di informazioni è un fatto, non una storiella, un dato preoccupante che già da sé basterebbe per rendersi conto di quanto l’internet sia in realtà fumo gettato negli occhi di chi vede in esso una grande opportunità. Tanti musicisti, troppi, tutti rinchiusi nello stesso pollaio alla disperata ricerca di una sana dose di mangime, striminzita, da spartirsi con altrettanti suoi colleghi. Ditemi voi, è questo far arte?

E allora partono le corse alla creazione di account social appetibili, alla ricerca del contenuto interessante

del video tutorial, del playthrough, dell’endorsing con la liuteria di prima scelta (fomentiamoci poco, oggi per essere endorser basta pubblicare qualche video e sborsare del danaro. Non è più come ai tempi di Van Halen). Parte la corsa alle visualizzazioni, all’apparenza a tutti i costi che, in fondo, è il grande male di questo secolo, il grande male di questa generazione, il grande male di un’arte che sta assumendo tutti i vezzi e i vizi della società che la produce: labile, volatile, apparente, di poco peso e facile da accantonare. Un poco come i rapporti umani, un giorno ti amo, il giorno dopo ho bisogno di te, quello dopo ancora se non ti vedo per i prossimi cinque anni è meglio. In fondo come dare del peso all’animo umano nell’era della leggerezza? Ma non è questo il punto.

Insomma, il lavoro del musicista è cambiato e far musica emergente è davvero dura.

Non è solo sempre più difficile trovare qualcosa che sia fresco, personale, un’idea vincente e valida. È altrettanto difficile promuovere quell’idea una volta trovata, portarla all’orecchio delle persone che, oggi più che mai, la curiosità l’hanno dimenticata nel cassetto dei calzini. E intanto magari si fa anche un secondo mestiere, come me, che mi presto al giornalismo scrivendo di musica, arte, società, cronaca nera, gazebi politici e sagre di paese.

Come si può essere musicisti quando per far musica il grosso del nostro tempo dobbiamo impiegarlo in altro?

È una domanda a cui, sinceramente, non ho ancora trovato una risposta. E non so nemmeno quanto sia possibile produrne una. Certo è, però, che in fin dei conti siamo anche costretti a ballare fintanto che ci ritroviamo sulla pista, e questo è innegabile.

Per questo con la redazione di Shockwave vogliamo offrivi non una soluzione ma una piccola possibilità di saltare all’occhio. In fondo la pubblicità non fa mai male e sicuramente vi è più efficacia in una webzine che nella visibilità offerta dai locali, quella che in molti vorrebbero sostituire al cachet spesso riuscendoci anche.

La questione è semplice. Hai un progetto di musica emergente inedita (di qualunque genere)? Sei una band o un solista? Puoi mandare il tuo materiale alla nostra mail (redazione@shockwavemagazine.it) e, se considerato valido, potrai accordare un’intervista o una recensione. Un piccolo, piccolissimo contributo, per aiutarvi a uscire dalla nicchia e dare una piccola spinta al vostro pubblico.

I tempi sono cambiati e il mercato musicale lo è come non mai. Noi, intanto, proviamo a darvi una mano. La mossa ora sta a voi. What are you waiting for?

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