H.E.A.T – H.E.A.T. II [Recensione]

H.E.A.T.
Gli H.E.A.T. sono uno di quegli esperimenti musicali che possono dirsi perfettamente riusciti.

La loro formula musicale è letteralmente un trapianto del sound degli anni Ottanta, calato perfettamente nel nostro tempo. H.E.A.T. II sembra quasi una macchina del tempo stile Ritorno al futuro che ci consente di rivivere il sound e il feeling di quattro decadi fa. Ed è molto interessante notare come siano dei giovani svedesi a calarsi in questo mondo lontano ma mai dimenticato, ricreandolo alla perfezione.

Il titolo poi ha un forte significato programmatico, come tutti i self-titled album.

Infatti, come dichiarano gli H.E.A.T. stessi, «Se avessimo pubblicato il nostro album di debutto nel 2019, questo è il sound che avrebbe avuto». Quindi si può notare un forte legame affettivo tra la band e il sound anni Ottanta, tanto da elevare questo album allo status di (secondo) debutto. Una ripartenza con più di un occhio rivolto al passato.

H.E.A.T.
La band non manca di richiamare quindi le caratteristiche che hanno reso grandi le band di quel magico decennio.

La stessa opener Rock Your Body sembra uscita da un disco dei Def Leppard. Avviata da una partenza a dir poco perfetta, il brano si snoda con agilità e semplicità, senza scadere nel banale. E a seguire, la veloce Dangerous Ground presenta un lato più stradaiolo: il brano mantiene alta la concentrazione , grazie anche a un apprezzabile sviluppo strumentale.

Con Come Clean abbiamo poi uno dei migliori brani dell’album.

La sua partenza diretta si carica con strofe innervata di un drama che sembra uscito direttamente dalla musica di quasi quarant’anni fa. Se non sapessimo H.E.A.T. II esce il prossimo 21 Febbraio 2020, potremmo pensare senza problemi che si tratti di un album che lotta in classifica insieme a Pyromania o Thriller. La bellezza di Come Clean sta in uno sviluppo perfetto, con una crescita lineare e coerente, caricando il climax con cui esplode un ritornello indimenticabile. Se poi ci si mette anche un bell’assolo di chitarra, il cerchio è completo!

Si torna su toni epici e aggressivi, quasi in linea con lo stile degli Iron Maiden, con la successiva Victory. La canzone è in realtà un po’ sottotono. Nonostante una buona intro e una strofa accattivante, il ritornello non riesce a spiccare, togliendo mordente al brano. Fortunatamente la sezione strumentale è una vera chicca, figlia di un ottimo interplaying tra Jona Tee ai sintetizzatori e Dave Dalone alla chitarra, che poi se la giocano con due piacevoli assoli.

Gli H.E.A.T. non mancano di calarci anche nel magico mondo delle arene e degli stadi, in cui decine di migliaia di persone cantavano in coro i ritornelli di band come AC/DC e Deep Purple.

Infatti We Are Gods ha quel classico ritornello che tutti, ma proprio tutti, canteranno quando la band la eseguirà dal vivo. E possiamo solo immaginare la bellezza dell’effetto. Si tratta di una canzone trascinante, con un ingresso blues rock che tiene il pubblico in mano per tutta la sua durata, con delle preziose ed eleganti tastiere a fare da tappeto sonoro. Qua e là del resto si notano anche dei richiami ai limiti della citazione per Smoke on the Water, a dimostrazione del forte legame degli H.E.A.T. con le band del passato.

H.E.A.T. II procede con Adrenaline, brano che al contrario del suo titolo, è tutt’altro che adrenalinico.

Ma a seguire c’è One By One, singolo di lancio dell’album e non per caso. Sulla falsa riga di band come i Survivor la canzone offre strofa e ritornello di forte presa, sviluppandosi poi con una sezione più calma e di gran gusto (splendido in questo frangente il lavoro di Don Crash alla batteria e Jimmy Jay al basso).

Avvicinandoci alla fine, la band offre una ballad strappalacrime, ma con poco carattere, Nothing to Say. Piuttosto con Heaven Must Have Won An Angel il repertorio compie un altro salto di qualità. Introdotto prima da un arpeggio di sintetizzatori e poi dall’intera band, con un approccio molto aggressivo, è nel ritornello che il brano si lascia apprezzare maggiormente. Lo scambio di botta e risposta tra la voce straordinaria di Erik Grönwall e il coro è un altro di quei particolari apprezzabili che dal vivo riusciranno a rendere ancora meglio.

La coppia conclusiva è costituita da Under the Gun e Rise.

La prima è basato su un terzinato d’altri tempi, dove è praticamente impossibile non muoversi a tempo. La seconda invece viene aperta nuovamente dai sintetizzatori di Jona, dando il via a quello che probabilmente è il brano migliore del disco, basato sulla formula perfetta della proposta musicale della band svedese.

Quello che balza subito all’occhio di H.E.A.T. II è la capacità di mantenere la presa sull’ascoltatore per la totale durata dell’album, senza concedere grandi distrazioni.

Benché il sound sia particolarmente specifico e delimitato nei richiami agli anni Ottanta e i brani si sviluppino tutti in una struttura ben definita, la cura dei dettagli permette agli H.E.A.T. di realizzare un album sontuoso. La forza delle linee vocali e il sostegno della band, arricchita da pregevoli assoli e interessanti sezioni strumentali rendono il repertorio diversificato quanto basta per conservare la coerenza del sound senza scadere nella ripetitività. Nonostante una collocazione fuori dal suo tempo, H.E.A.T. II compie un’opera di revival di ottimo livello, mantenendo comunque il contatto con i giorni nostri. Non sfigurerebbe in playlist dedicate agli anni Ottanta  o al contrario dedicate alla musica più recente. Figurare bene in contesti così diversi non è da tutti. Complimenti!

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