Elettra Lamborghini e l’inganno di essere se stessi

elettra lamborghini

Capiamoci: certi nomi sul palco dell’Ariston è difficile immaginarli. Elettra Lamborghini non è stata un’eccezione, anzi, fin dal primo elenco di partecipanti al Festival il suo nome ha alzato più di un sopracciglio, creando un certo mormorio su quale che potesse essere il suo apporto a una manifestazione di questo genere. Lei che, classe 1994, sembrava aver iniziato con la musica quasi per gioco, per hobby, in maniera collaterale, dopo aver calcato le scene di vari Shore, tra Vecchio e Nuovo Continente, invadendo la scena con un cognome a dir poco roboante.

Sì perché Elettra è tutt’altro che uscita fuori dal nulla, nipote di quel Ferruccio Lamborghini celebre per aver ideato una linea di automobili invidiata in tutto il mondo, un vero e proprio status symbol di lusso, ricchezza e qualità. Eppure, come dicevamo, era difficile immaginarla come concorrente al Festival di Sanremo: in fondo, a fronte del suo ruolo come coach nella versione italiana di The Voice, la sua celebrità a livello musicale è arrivata con un singolo quale Pem Pem, che tutto è tranne che un brano in stile sanremese (nonostante i suoi 66 milioni di ascolti, nel momento in cui scriviamo, su Spotify). Osservando le sue prime cinque tracce su Spotify, quelle considerate “popolari”, troviamo infatti non solo Pem Pem, ma anche Tocame, con Pitbull, esempio perfetto per mostrare il livello di fama internazionale raggiunto da Elettra Lamborghini come cantante, ma pur sempre lontana dagli standard del palco dell’Ariston.

Si arriva così a settimana scorsa, in cui, nella seconda serata del Festival, la cantante debutta con Musica (e il resto scompare), il brano con cui ha conquistato l’accesso al palco. Palco su cui sale una Elettra Lamborghini per certi versi diversa, lontana dalle atmosfere di Pem Pem, senza perdere la sua iconicità, ma presentandosi al pubblico con meno maschere, meno personaggio, dando l’idea di essere più Elettra. La sua prima esibizione si “macchia” infatti di una forte insicurezza, notabile in maniera abbastanza chiara nell’esecuzione, in un avvio tremolante in grado di far provare a chiunque, anche ai non fan della cantante, una certa empatia per lei, intimorita, come giusto che sia, dal palco più importante della musica italiana.

Forse è proprio questa la parola chiave del Festival di Elettra Lamborghini: empatia. Una empatia in grado di coinvolgere (già memorabile la sua delusione nel realizzare di essere provvisoriamente ultima, dopo la squalifica di Morgan e Bugo: ai microfoni di Radio 2, in diretta, ha esordito con un “che vita di merda!”, conquistando gli spettatori) e travolgere, come successo nella serata finale con il direttore d’orchestra unitosi a lei per qualche secondo di ballo a suon del suo nuovo singolo.

Questo Festival non ha consegnato nessuna vittoria a Elettra, classificatasi 18°, ma è sicuramente riuscito a portare al pubblico un nuovo modo di vedere la cantante, oltre il personaggio, facendola apprezzare anche a chi difficilmente avrebbe immaginato di poterlo fare. Portandoci così a chiederci se l’inganno di essere se stessi non sia in realtà parte di noi stessi, che di Elettra Lamborghini.

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