Bugo, la recensione di “Cristian Bugatti”

Bugo

Non appena è stata annunciata la sua partecipazione a Sanremo, di Bugo ne avevano sentito parlare soltanto gli addetti ai lavori e una limitata cerchia di seguaci del panorama cosiddetto “underground”. La restante parte dei fruitori di musica italiana ha inconsapevolmente etichettato l’artista come un cantautore mediocre dal disperato bisogno di riscatto, in gara tra i big al Festival solo grazie alla presenza del suo collega e (ormai ex?) amico Morgan.

Eppure, ironia della sorte, dall’esperienza all’Ariston tra i due è proprio il Bugatti a uscire rafforzato mediaticamente, in quanto costituisce parte lesa nella scioccante lite con il Castoldi. Nella quarta serata, il compagno di (dis)avventure sanremesi modifica il testo di “Sincero” inserendovi pesanti critiche nei suoi confronti, ma Cristian reagisce da signore abbandonando silenziosamente la scena. Pazienza se con questo gesto ha causato la squalifica del duo dalla competizione, intanto Bugo ha finalmente acquistato la popolarità che finora gli era mancata.

“Le brutte intenzioni, la maleducazione,
la tua brutta figura di ieri sera,
la tua ingratitudine, la tua arroganza,
fai ciò che vuoi mettendo i piedi in testa.
Certo il disordine è una forma d’arte,
ma tu sai solo coltivare invidia,
ringrazia il cielo sei su questo palco,
rispetta chi ti ci ha portato dentro!”

Morgan

Cristian Bugatti ha alle spalle un passato di tutto rispetto, considerato tra i pionieri del nuovo cantautorato nostrano, rappresentando un nome di punta delle vecchia scena alternativa, quella autentica dei primi anni Duemila e non ancora contaminata dalle influenze mainstream come invece è avvenuto nel decennio appena conclusosi. Ben nove gli album di inediti all’attivo e una molteplicità di generi attraversati, dal blues al folk, passando anche per il rap fino ad arrivare al rock, sia elettronico che psichedelico.

Contatti” e “Nuovi rimedi per la miopia” hanno rappresentato i primi passi verso una direzione più pop, ma la vera e propria svolta avviene nel 2016 con “Nessuna scala da salire”, pubblicato dalla Carosello e prodotto da Matteo Cantaluppi (Thegiornalisti, Ex-Otago). completare la quadratura del cerchio è appunto il suo nuovo album rilasciato lo scorso 7 febbraio dall’etichetta indipendente Mescal e intitolato semplicemente con il proprio nome e cognome, come solitamente accade con raccolte e best of.

“E mentre sui giornali infuria una nuova polemica
e la gente non si rilassa più nemmeno la domenica
Io me la godo!”

Io me la godo, 2016

Molto probabilmente si tratta di una scelta dettata dalla sua volontà di farsi conoscere a un pubblico più ampio (in seguito alle querelle con il Pirata fioccano le ospitate in tv, dalla “Domenica In” di Mara Venier a “Una storia da cantare” di Enrico Ruggeri sempre su Rai 1) attraverso nove brani molto autobiografici e che lo rappresentano in toto. La produzione artistica, stavolta, è affidata a Simone Bertolotti e Andrea Bonomo (Francesco Renga, Paola Turci) e si sente, infatti il disco suona molto radiofonico.

Ad ogni modo si tratta di un pop genuino e sincero, accessibile a tutti, all’interno del quale risultano più che riconoscibili quelli che tipicamente rappresentano i principali riferimenti musicali del cantautore, dal Vasco Rossi di Bollicine al Lucio Battisti fine anni Settanta. Alla stessa maniera anche i testi sono caratterizzati dall’ironia e dal sarcasmo che da sempre contraddistinguono la scrittura di Bugo.

“Volevo fare il cantante delle canzoni inglesi,
così nessuno capiva che dicevo.
Essere alcolizzato, spaccare i camerini,
vestirmi male e andare sempre in crisi”

Sincero, 2020

Cristian Bugatti” parte subito a tutto gas con la scanzonata opening track “Quando impazzirò”, un rockettino dalle sonorità molto 80s: a detta dello stesso Bugo, la follia (quella) positiva è di vitale importanza per un artista perché costituisce un’ottima base per la creatività. Alla seconda traccia ecco che già troviamo la chiacchieratissima “Sincero”, caratterizzata da un synth in pieno stile Battiato: bisogna accettare che non tutti i sogni si possono avverare, l’importante è conservare la propria sincerità, essere ciò che si è.

Se “Come mi pare” rappresenta una delle parentesi più autobiografiche dell’album, una sorta di biglietto da visita del Bugatti animale ribelle che balla il funk in maniera buffa ed impacciata, “Al paese” invece incarna alla perfezione un nostalgico ma allo stesso tempo divertente spaccato di provincia italiana, proprio quella Cerano nella quale Cristian è cresciuto: “Altro che America, quella dei cinema”.

“Che ci vuole a tirarsela un po’,
basta dire che Sanremo fa cagare,
che ci vuole a diventare famosi,
basta un vaffanculo in tv…”

Che ci vuole, 2020

Un sound molto pop nella quasi profetica “Che ci vuole” nasconde a fatica una ramanzina in musica rivolta agli animi più superficiali, quelli che danno tutto per scontato, anche se nel ritornello spicca un pizzico di romanticismo che anticipa la prima vera e propria canzone d’amore di questo disco, ovvero “Fuori dal mondo”, in cui l’elettronica lascia spazio ai fiati, rendendola la traccia più orchestrale.

Tanto godibile quanto inaspettata la collaborazione con il compagno di label Ermal Meta sulle delicate note di “Mi manca”, nostalgico brano nel quale due amici di vecchia data tornano con la memoria a quando erano bambini e senza responsabilità legate all’età adulta. Una malinconica ballad che si candida fortemente a diventare il prossimo singolo estratto, certamente avrebbe avuto più fortuna su un palco come quello dell’Ariston, anche se con il senno di poi a Bugo è andata meglio così, vista e considerata la risonanza mediatica che sta ottenendo in questi giorni.

“Ah che noia essere grandi
andare ai compleanni e parlare
di soldi, dei figli degli altri…”

Mi manca, 2020

Un alieno” disegna il ritratto per eccellenza della personalità di Bugo e in particolare del personaggio fuori dagli schemi che si estrania dal mondo, il tutto in quello che probabilmente risulta essere il miglior arrangiamento dell’album. Infine “Stupido eh?”, alla cui coda strumentale di quasi tre minuti è stato affidato il mai banale compito di chiudere il disco in un crescendo di sfumature e intensità.

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