Bauman, Montale e Kojima: il dissolversi dell’arte nella società liquida

Zygmunt Bauman

Il 19 novembre del 1925 veniva al mondo Zygmunt Bauman. Sociologo e filosofo dal peso considerevole che, in maniera assai impeccabile, fu capace di analizzare e, in parte, anticipare quella che sarebbe stata la società del nostro secolo, la società liquida.

Non tenterò, con questo articolo, di approfondire il pensiero di Bauman, già ampiamente discusso in sedi ben più idonee. Tenterò, invece, di individuare le connessioni tra le sue teorie e le conseguenze subite dall’arte e dall’uomo moderno, dando rilievo allo stesso modo ai pareri di altre due personalità che, in qualche modo, risultano assimilabili alle problematicità evidenziate dalla filosofia baumaniana. Un articolo speculativo, quindi, un tentativo di creare una connessione, senza la pretesa di fungere da bacino culturale per l’apprendimento di un pensiero così complesso come quello del filosofo polacco. Il mero tentativo di creare una commistione tra idee, forse, poi non così distanti quanto potrebbe sembrare, unendole forse in modo apparentemente forzato nel tentativo di dare un messaggio.

Iniziando il nostro percorso, sei giorni fa, mi ritrovavo a scrivere del videogioco fenomeno del momento, Death Stranding, nuovo parto ideato dalla geniale mente di Hideo Kojima, e del suo profondo significato. La ricerca di una connessione. In un mondo freddo dove il contatto umano è andato dissolvendosi l’obiettivo ultimo è quello di creare un nuovo collegamento tra le anime affollanti il globo terracqueo. Se con Death Stranding Kojima ha voluto offrirci la riflessione su una soluzione, Bauman, con la sua teoria, la società liquida, ci ha messo di fronte al problema.

Hideo Kojima
Hideo Kojima

Un problema che coinvolge non solo i rapporti umani ma, allo stesso modo, il macrocosmo dell’arte.

Sono affollate le pagine di Eugenio Montale, terzo membro dell’equazione, di quel legame stretto e univoco tra società e arte. Nel suo Auto da Fé, raccolta di articoli pubblicati per il Corriere della Sera, Montale a più riprese è stato in grado di inquadrare con solida lucidità la grande evoluzione dell’uomo e del suo massimo prodotto, l’arte.

Come può sopravvivere l’arte in una società liquida? Come può esistere una connessione li dove vige unicamente l’incertezza? Come può manifestarsi un contenuto li dove il contenitore appare sfaldato, dematerializzato?

Da Bauman a Montale, da Montale a Kojima, da Kojima ancora a Bauman. Tre uomini, prossimi nel tempo, lontani nello spazio, affini nell’intuizione

Individuava nel suo immaginario, Eugenio Montale, il libro come un prodotto che “brucia le mani”, da assumere e da dimenticare con rapidità: “Inteso come opera destinata a restare, il libro non è oggetto che possa interessare l’uomo economico: il suo vero compito è di produrre il maggior rumore momentaneo e poi di scomparire per far luogo ad altri oggetti” citava il poeta genovese in un articolo del 24 ottobre 1959.

Eugenio Montale
Eugenio Montale

Il libro era così divenuto, tra le grinfie della rapidità del consumismo, un bene da non tenere vivo ma di cui liberarsi quanto prima, per far spazio ad altro. Gettato, il suo luogo primo diveniva così culla per una nuova opera, destinata a durare pochi mesi. Una visione iperbolica, probabilmente, ma non distante dalla realtà della mercificazione.

In questo, Montale, si incontra ad un livello profondo con Bauman e la sua società liquida, in una connessione inestricabile

La visione del filosofo polacco si basava proprio su quella postmodernità che ha visto l’uomo divenire, inesorabilmente, da produttore a consumatore. Una società fatta di incertezze, dove le idee divengono prive di solidità, necessitando cambiamenti rapidi utili a rimanere adeguate a quello che il gruppo, al di fuori, decideva di dettare.

Così, allo stesso modo, con l’incremento delle incertezze, l’incredibile fragilità delle idee e la mobilità degli animi umani, si va a costruire il pentagramma che vede non solo lo sfaldamento dell’arte come bene immanente ma anche quello che vede il rapporto come relazione necessaria.

Così nasce il libro da smercio rapido, così nasce l’azienda musicale che produce, unicamente, hit da playlist e non più prodotti musicali di ampio respiro

L’artista musicale ad ampio spettro di ascolti, al giorno d’oggi, è sempre più unicamente noto al grande pubblico per la presenza del singolo capace di incantare, anche se per breve tempo, senza fissare una solida base, senza entrare nell’anima. Una musica utile a riempire le playlist del momento senza poi lasciare traccia una volta giunto il cambio stagionale. Costellazioni di meteore artistiche destinate a giungere in frantumi al primo contatto utile con l’atmosfera della profondità umana.

L’arte di oggi, nel suo lato più strettamente “commerciabile” diviene così esattamente ciò che è stato descritto da un Bauman o da un Montale. Un’arte liquida, un’arte incerta, di cui disfarsi rapidamente per far spazio a ciò che è nuovo, a ciò che viene dopo senza lasciare singola traccia.

Così proprio quell’arte, in quanto pura manifestazione dell’agire umano, si presta da testimonianza perfetta della tendenza culturale più attuale del mondo, quella dell’incapacità nel creare una connessione

Nella liquidità della frenesia di tutti i giorni, dove non vi sono certezze e dove anzi, come diceva Bauman, ogni cosa utile su cui speculare per creare incertezza è ben accetta, il rapporto umano si sfalda. Nell’incertezza dell’universo consumistico il tempo per la coltivazione interiore e profonda della relazione umana, con ciò che è dentro e con ciò che è fuori di noi, è assente, impensabile.

Ed è così, allora, che nell’era della massificazione, nell’era in cui la rivoluzionaria comunicazione tramite lunghe reti di cavi è in grado di collegare tutto e tutti, la solitudine si assesta come malanno primario dell’uomo.

La solitudine del singolo, la solitudine dell’artista, la solitudine dell’opera che estratta dal suo contesto, dal suo mondo, diventa una rapida stella pronta ad esplodere, incapace di accompagnare e accompagnarsi con ciò che ha sempre dato un senso allo sforzo artistico di chiunque, un pubblico.

Le connessioni tra uomini si sfaldano e, allo stesso modo, anche quelle tra l’uomo e l’arte. Così, privati di quanto più prezioso ci possa essere affidato, ci ritroviamo tremendamente soli

Incapaci di comunicare, incapaci di sostenere il coraggio del rapporto con il mondo esterno. Così muore il calore, così si creano distanze e le voragini diventano incolmabili, impossibili da agirare. Un’arte liquida, un uomo liquido, delle emozioni liquide pronte a fluire rapidamente senza lasciare alcuna traccia.

Bauman e Montale ci avevano avvertito, Kojima ci ha offerto una soluzione… una connessione. Sta a noi fare in modo che non sia troppo tardi. Così, nel giorno della nascita di un grande sociologo, non vi è modo migliore per ricordarlo se non rendere nuovamente fulgido il suo pensiero, che sia da monito per tutti nell’era del grande isolamento. Perché se vi è ancora una speranza sta nell’essere in grado di arrestare la rapidità di quelle acque. E solo noi, donandoci il bene dell’attesa, dell’esitazione, dell’approfondimento, possiamo regalarci nuovamente il bello dell’osare. Osare amare, osare provare, osare creare. Perché l’arte è amore e l’amore è arte.

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