Death Stranding: la disperata ricerca di una connessione, anche tramite la musica

Death Stranding

Consigli per l’ascolto durante la lettura: Bring me The Horizon – Ludens/ Low Roar – I’ll Keep Coming

Death Stranding – La Soundtrack: Un mondo freddo, isolato, segnato dal tempo e dagli eventi in cui, l’uomo, ha ormai perso quanto di più caro e prezioso possa avere nella sua vita. Una connessione.

Questo è quello cui ci mette di fronte Death Stranding, nuovo titolo di Hideo Kojima sviluppato da Kojima Productions e Guerrilla Games che, a pochi giorni dal suo rilascio, non solo ha già diviso la critica di tutto il mondo ma ha poggiato una pietra di volta non indifferente sull’evoluzione del mondo videoludico per console e PC, un’evoluzione concettuale che trascende dalla semplice esperienza di gioco e cerca, in primis, una comunicazione, una connessione.

Prima di andare avanti, vorrei brevemente specificare che ancora non ho affrontato il gameplay di Death Stranding. Quanto di seguito affermerò si baserà sull’ascolto della colonna sonora, sulle dichiarazioni dello stesso Kojima e su quanto, al netto della mia conoscenza della trama, ho potuto dedurre o immaginare.

L’arte è comunicazione, stabilire una connessione, un rapporto con il mondo esterno, con qualcosa di lontano da noi ma in grado di avvicinarsi in maniere estreme penetrando i nostri pensieri, la nostra anima. Kojima, conscio di questo, ha sempre avuto un rapporto di necessaria utilità con l’espressione musicale che, nei suoi giochi, ha sempre mostrato essere di ottima qualità.

Così, in Death Stranding, la ricerca di una connessione non passa solo attraverso le avventure di Sam Strand e della Bridges (la società per cui lavora) ma anche tramite la connessione empatica che solo un’arte come quella musicale può mettere in gioco

Dalle musiche utilizzate per l’ost ufficiale e i trailer fino all’album Death Stranding: Timefall (RCA Records e Sony Interactive Entertainment), contenente otto canzoni originali create e pensate esclusivamente per il videogioco, il bisogno di una connessione è proprio quanto tramite “il suono” si snoda attraverso i vari pezzi proposti dal noto creatore di Metal Gear Solid. Sonorità tra l’ambient e l’elettronico fanno da protagoniste in una costante e disperata ricerca di un contatto salvifico con il mondo esterno.

Dalla delicata Ghost (Au/Ra ft Alan Walker) alla energica e rabbiosa Ludens (Bring me The Horizon), passando per la title track Death Stranding (CHVRCES) e Yellow Box (The Neighbourhood), i pezzi della compilation riescono a costruire l’habitat ideale per l’esperienza di gioco, proiettandoci in un gelido mondo post apocalittico e futuristico dove il solo calore viene dalla necessità, esasperata e imperturbabile, di creare un legame tra noi e chi ci circonda.

L’esperienza non si limita però solo alle otto tracce dell’album. Molti gli artisti emergenti o meno proposti da Kojima tramite trailer o momenti cinematici del gioco

Tutti presentati con canzoni in grado di costruire quella che non è una semplice colonna sonora ma una sorta di opera concettuale nelle tematiche o anche soltanto nei sound. Su tutti, gli islandesi Low Roar.

Progetto ambient/atmosferico che più di chiunque altro è stato in grado, tramite i pezzi proposti, di incastrare in nota musicale l’essenza dell’ambientazione videoludica. Con I’ll Keep Coming (contenuta nel reveal trailer del 2016) e Don’t Be so Serious (contenuta proprio nel video opening del gioco) il trio islandese ci regala delle esperienze musicali ambientali e minimali, dove una desertica malinconia viene portata avanti ed esasperata dalla commistione tra elettronica e acustica.

Ed’è proprio una desertica malinconia quella che, più di tutto, sembra dominare lo scenario di Death Stranding

Le sue lande, ispirate a quelle islandesi, aprono a un mondo nuovo, riformato, ingrigito e freddo, ostile, un mondo dove perdere tutto, perdere sé stessi, perdere il contatto con noi e con tutto quello che vi è al di fuori di noi. Così, Hideo Kojima, sintetizzando gameplay e musica, sembra inoltrarci un appello, il più grande di tutti.

Il panorama desolato di Death Stranding non è altro che metafora del panorama interiore che, nell’uomo del ventunesimo secolo, si sta andando componendo

Perché nella frenesia di tutti i giorni perdiamo il contatto con noi stessi. Perché la pioggia degli eventi, imperituri nel tempo, è in grado di spegnere quella fiamma dentro di noi, quella che ci tiene vivi e che tiene vivo il nostro calore.

Una “crono pioggia” diversa da quella del gioco nella sua forma prettamente metaforica, ma ugualmente letale, che ci spegne, ci invecchia, ci uccide, formata dai momenti di disincanto, da quei drammi personali che ci impediscono di continuare a lottare, che ci convincono non valga più la pena farlo per nulla e per nessuno, che ci fanno abbandonare ogni legame, ogni speranza di collegamento.

Solo una connessione, però, può salvarci dagli anni dell’isolamento. Solo un ponte stabilito tra anime lontane può riaccendere il calore ormai andato perduto

E non conta quanto sia difficile il percorso, non conta quanto siano spietati i nemici (alle volte invisibili, come quelli nelle nostre anime). Non ha importanza quella pioggia incessante che bagna quei grandi crateri lasciati da altrettanto grandi esplosioni che, in qualche modo, cambieranno per sempre la morfologia del nostro panorama interiore.

Possiamo solo continuare a correre, di obiettivo in obiettivo, di cratere in cratere, di persona in persona, nella speranza di ritrovare il calore di una connessione vera, che ci mantenga vivi e che ci salvi dallo sprofondare negli angoli più oscuri e fangosi della nostra solitudine e nulla, come la musica, è in grado di costruire un legame, con noi stessi, con il mondo la fuori, con ciò di cui nella vita abbiamo davvero bisogno.

E questo, Kojima, sembra saperlo molto bene.

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