“Selma – La strada per la libertà”: un elogio cinematografico all’umanitarismo di Martin Luther King

Selma è, ancor prima che il titolo del film di seguito analizzato, il nome di una città americana nello stato dell’Alabama dalla quale partì una serie di movimenti per il diritto di voto nella metà degli anni ’60.

Proprio a questi eventi si ispira l’omonima pellicola del 2014 della regista statunitense Ava DuVernay. Trasmesso negli USA il giorno di Natale nel 2014 ed in Italia a febbraio del 2015, Selma ha ricevuto diversi riconoscimenti: ai Critics’ Choice Movie Award, agli Oscar, al Golden Globe, al Satellite Award, agli Independent Spirit Award, ai NAACP e agli MTV Movie Awards.  Il contesto in cui l’intera situazione prende luogo è quello di un’America ancora lacerata da problemi razziali. Una questione in particolare costituisce il pilastro su cui si reggeva l’intero ideale che diede inizio alle marce da Selma a Montgomery: il diritto di voto per gli afroamericani in Alabama.
L’attivista Martin Luther King – interpretato da David Oyelowo – si reca dall’allora presidente Lyndon JohnsonTom Wilkinson – per chiedergli il riconoscimento di tale diritto per gli uomini di colore, senza che essi subiscano intimidazioni ed altre ripercussioni negative appena fuori dalle cabine elettorali. Johnson sembra priorizzare il problema della povertà e vuole procrastinare la questione del voto; le sue posizioni non sono condivise da King, che punta ad un’azione più rapida tenendo conto degli omicidi che sono già avvenuti a causa di questi motivi.

L’oppressione spinge gli afroamericani a rimanere compatti tra loro in un’atmosfera comunitaria e armoniosa, nonostante le numerose difficoltà.

La moglie di King – Coretta Scott, interpretata da Carmen Ejogo – riceve persino una telefonata intimidatoria che la minaccia del fatto che non le rimarrà molto da vivere. Al contempo, King tiene un discorso per incitare le persone ad esigere il diritto di voto; vuole spingere il suo popolo ad un’azione moderata, non violenta ma che costituisca in primo luogo un’azione. Non bisogna tacere dinanzi ai soprusi e alle intimidazioni ricevute dai suprematisti bianchi. Spronare gli afroamericani di Selma all’azione, però, non è l’unico obiettivo a cui punta King; la sua preoccupazione principale è quella di sollevare la coscienza dei bianchi di tutta l’America, in modo tale da far comprendere loro le vessazioni secolari esercitate sui neri e suscitare, di conseguenza, una certa empatia per la loro condizione subordinata. Viene così a delinearsi l’idea di una protesta pacifica e non violenta, da parte degli afroamericani, al fine di esigere il diritto al voto.
Durante la prima marcia avviene uno scontro tra i manifestanti neri e gli oppressori bianchi; questi ultimi accusano i primi di ostruzione e si sentono rispondere da King che stanno semplicemente cercando di accedere all’ufficio amministrativo, ribadendo il fatto che la segregazione è divenuta illegale.

La protesta viene spogliata dal suo iniziale carattere pacifista e si trasforma in una rissa tra le due parti rivali, al termine della quale Martin Luther King viene arrestato.    

  Selma, sede di questo primo moto di ribellione, è governata dal segregazionista George Wallace – interpretato da Tim Roth –. La sua è una personalità estremamente razzista e conservatrice, totalmente indisposta a soddisfare la richiesta del diritto di voto da parte dei neri. Wallace vede nella minoranza afroamericana un potenziale pericolo; concepisce i neri come usurpatori dei diritti basici, percepisce in loro dei pericoli inesistenti. Estremizza paranoicamente il fulcro di richieste più che lecite in tentativi di accaparrarsi quante più agevolazioni sociali possibili.

George, why are you doing this? Your whole career has been working for the poor. Why are you off on this black thing?”
Well, ’cause you can’t ever satisfy them. First, it’s the front seat of the bus. Next, it’s take over the parks, then it’s the public schools, then it’s voting, then it’s jobs, then it’s distribution of wealth without work.

Al fine di punire la marcia di Selma, Wallace fa uccidere Jimmie Lee JacksonKeith Stanfield –, giovane attivista collaborante con King, di fronte ai suoi stessi genitori. Durante il funerale del ragazzo, King ribadisce l’urgenza di non rimanere passivi e di evitare di tacere. Apostrofa tutti gli afroamericani che non si sollevano in onore dei loro fratelli scomparsi; la situazione è grave, le persone stanno morendo per una causa importante e il tempo va sfruttato fino all’ennesimo secondo.  
Il presidente Johnson non è favorevole al progetto di una nuova marcia ideato da Martin Luther King. Quest’ultimo pone l’accento sull’urgenza di agire immediatamente; Johnson, invece, non accetta che un attivista – una figura, dunque, lontana dalla politica – dica cosa fare e cosa non fare alla personalità politica più alta che lui stesso rappresenta.   

           

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Tim Roth nei panni di George Wallace.

Arriva il giorno della marcia.

La portata dell’evento è così grande che sono presenti spettatori e reporter; in televisione molti programmi sono interrotti per porre l’attenzione sulla marcia che sta per compiersi.
“You have two minutes to disperse”: il primo attacco viene sferrato dai bianchi ed è verbale. Sfortunatamente non si mantiene esclusivamente tale e la protesta diventa nuovamente rissosa.
Iniziano a scorgersi sprazzi di stanchezza prevalentemente psicologica da parte dei neri; esemplare è la stanchezza di un uomo che vuole agire sparando ai troopers bianchi citando persino la Bibbia (“an eye for an eye”). Viene fermato appena in tempo facendogli notare che, se lui ucciderà un bianco, i bianchi uccideranno dieci neri.          

Dopo l’assoluzione di King a livello legale per i fatti di Selma, la situazione proseguirà un’ascesa positiva. La richiesta del celebre attivista verrà accolta da Johnson che, non intenzionato a farsi ricordare negativamente a livello storico, volta le spalle al governatore Wallace.             
La marcia si conclude a Montgomery, verso il Campidoglio. Martin Luther King incorona questa esperienza con un memorabile discorso.

“[…] We heard them say we don’t deserve to be here. But today, we stand as Americans. We are here, and we ain’t gonna let nobody turn us around. This mighty march, which will be counted as one of the greatest demonstrations of protest and progress, ends here in the Capitol of Alabama for a vital purpose. We have not fought only for the right to sit where we please and go to school where we please. We do not only strive here today to vote as we please. But with our commitment, we give birth each day to a new energy that is stronger than our strongest opposition. And we embrace this new energy so boldly, embody it so fervently, that its reflection illuminates a great darkness. […]”.

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