Dogman di Matteo Garrone: un non-capolavoro

dogman recensione

Dogman è un film di Matteo Garrone – recentemente tornato sui grandi schermi con Pinocchio – uscito nel 2018 per 01distribution, con produzione Rai Cinema, Archimede, e Le Pacte. Ed è stato un grande bluff.

Mi domando perché mai, noi italiani, che occupiamo la terra natia del più grande impero mai esistito, patria del Belcanto, della poesia, dell’arte pittorica ed architettonica, ed in ultima istanza, madre di registi e interpreti della settima arte che hanno fatto la storia di quest’ultima, siamo attualmente indissolubilmente legati alla piccolezza del latrocinio di borgata. Allo spacciatoretto di fumo, alla slot machine presa a pugni, alle scorribande notturne in Air Max e motorino.

C’è stata, fin da Romanzo criminale – un’opera però magistrale di Stefano Sollima nel suo epòs tragico – una tendenza ad un neo-neorealismo citazionista del predecessore ma in realtà incapace della forza espressiva di quest’ultimo. Se a ciò abbiniamo la faciloneria sentimentale che sottende al panorama cinematografico italiano da almeno trent’anni, ecco che otteniamo il prototipo del prodotto da esportare all’estero; e non Fuocoammare, non Il Capitale Umano, non le incarnazioni sorrentiniane. No. Serve una figura biblica, da antico testamento, disposta a soffrire ma che considera la vendetta il bene supremo: un nuovo Lucifero ma terreno, un Nephilim di brutto aspetto, un figlio orfano di un Dio sporco.

Il Canaro della Magliana.

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Una di quelle storie di cronaca che ci piacciono tanto, fin dai tempi di Leonarda Cianciulli, all’epoca dei grandi processi mediatici, fin al colpevole trattore dello Zio Michele di Avetrana. Un ometto stanco del suo vivere meschino di borgata, dei palazzoni grigi.  Stanco delle angherie subite dal suo ex socio in “affari”, un cocainomane, di professione toelettatore per cani, decide di ribellarsi facendogli fare una fine orribile.

Sia chiaro, il suddetto socio non era uno stinco di santo ed i più incattiviti degli italiani diranno sicuramente che se l’è meritato, ma da qui a fare del Canaro della Magliana un Lucifero vendicatore ce ne corre.

Perché è così che imposta il suo ultimo film Matteo Garrone, regista che abbiamo imparato a conoscere con l’ottimo Gomorra (sebbene altri film precedenti, quali l’Imbalsamatore, fossero nettamente superiori), e che all’estero si è fatto conoscere con il morboso Il Racconto dei Racconti, pellicola che merita un’ampia trattazione in tutt’altra sede, e che ha raggiunto il plauso mondiale grazie a Dogman. Attualmente impegnato in Pinocchio, che è uscito a fine 2019, che vede il ritorno di Roberto Benigni sul grande schermo, stavolta nel ruolo di Geppetto.

Il ruolo del canaro è affidato al grandioso Marcello Fonte, tarda scoperta del cinema italiano dopo anni e anni di teatro: un attore estremamente fisico, dalla grande mimica. Il tripudio di premi è rappresentato da un Nastro D’argento, un premio per la miglior interpretazione maschile a Cannes, uno European Film Awards per il miglior attore protagonista. Fonte interpreta una sua versione del canaro: uomo fondamentalmente, mite, bonario, disposto a fare rapine ma non a maltrattare gli animali (salva un chihuahua che un suo socio aveva messo in frigorifero per far sta zitto), profondamente affezionato alla figlioletta con  la quale ama andare a fare immersioni subacquee. Simone, Edoardo Pesce, è il bulletto del quartiere – “un cane sciolto”, lo definirà un commerciante interpretato da Francesco Acquaroli – che gira con la sua moto, sfascia i videolottery, mena la gente totalmente a caso e vuole cocaina fino farsi scoppiare il naso. Anche Marcello ci sta sotto con la cocaina, ma la sua attitudine passiva gli impedisce di diventare particolarmente dipendente. I cani lo amano: riesce ad ammansire qualunque bestia. Un bel giorno Simone gli propone di bucare i l muro che divide il suo negozio da quello del vicino, un compro-oro, per il colpo della vita, e gli propone di smezzarsi i ricavi – a patto che Marcello vada in prigione. E così succede. I soldi però non si vedono, le angherie sì, e allora la vendetta di Marcello sarà terribile.

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La tensione favolistica nella filmografia di Garrone c’è sempre stata, e va bene. Non è nulla di nuovo, CuarònJunet, e Del Toro ci avevano pensato una ventina d’anni fa ma del resto noi arriviamo sempre in ritardo, ormai. Di sottobosco mitologico moderno e antico in Italia ce n’è a bizzeffe, e già Sorrentino con La Grande Bellezza aveva elevato i balli di gruppo ad antichi riti orgiastici pagani.

Nei chiaroscuri degli angoli del negozio del canaro, però, nei suoi silenzi, nell’eloquio stentato, c’è il tentativo di trovare Dio.

Ed è qui che che casca l’asino. Il micromondo di Marcello e Simone – palazzoni in riva al mare, il Villaggio Coppola a Castel Volturno – è racchiuso in inferriate corrose dalla salsedine, scivoli senza bambini, il che potrebbe effettivamente creare un buon ambiente per l’ascetismo; la storia del canaro della Magliana è, però, fatta di degrado e di miseria, e intravederci qualche ispirazione cristologica è francamente fuori luogo. Nonostante ciò, senza mai dirlo, grazie ai focus sulle ferite di Marcello, alla sua bontà d’animo corrotta in carcere, all’inganno ai danni di Simone – che tenta con della cocaina come il serpente fece con la mela con Eva, nell’Eden – non possono far altro condurre il fruitore verso quella direzione. Il più puro degli angeli, il più crudele dei diavoli. Dogman però non ha la potenza dell’allegoria di registi sperimentali come E. Elias Merhige, autore del cult horror/ecologista Begotten (che invito chiunque a visionare qui), e per quanto la fotografia di Nicolaj Bruel sia decisamente al di sopra della media nazionale e abbia meritato il Nastro D’argento, il tentativo di colori caravaggeschi e bergmaniani di film come Il Silenzio, è decisamente pretenziosa. Perchè, se volete un film bergmaniano moderno, vi invito alla visione di The Lighthouse.

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Perché Dogman, al di là di Marcello Fonte che è una delle cose più belle del cinema italiano, è un film pretenzioso, per non dire tracotante. Che tenta di elevarsi a livello del neorealismo pasoliniano, con il canaro che vuole essere Accattone nella sceneggiatura di Garrone stesso, sottoproletariato sofferente e orgoglioso di soffrire fra stecche di biliardo spezzate e shampoo per cani in testa – come un santo, un anacoreta globale, distante dall’umano tendere al benessere ma vicino agli ideali protocristiani. Dai Matteo, non l’abbiamo superata quella fase?

Il tocco dell’umiltà, in Dogman, è fornito solo dai due protagonisti. Due monumenti alla decadenza laica, che la regia descrittiva di Garrone – che usa fino allo sfinimento stilemi di fotografia ed estetica come la sezione aurea, significativi zoom sui musi dei cani, il piano sequenza, la cui telecamera si muove coma una spia (come lo Spirito Santo, verrebbe da dire) – disseziona in piccoli pezzi. Pezzi che da soli non hanno significato, perché al di là del mostrare l’affetto per la figlia, le immersioni fra i coralli di Marcello, significato, non ne hanno davvero.

Dogman è un film che nulla voleva dire, e infatti nulla ha detto.

Articolo originariamente apparso su Inside Music Italia a firma della sottoscritta

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