C’era una volta… a Hollywood: una “fiaba” alla Tarantino?

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Dimenticatevi per un attimo le sparatorie, il sangue, le urla e i freddi seppur geniali dialoghi: cosa rimane dei film di Tarantino?

Il regista statunitense è sempre stato molto legato al tema della violenza e della crudezza apparentemente fine a sé stessa, evidenziata ancor più dalla trama spesso statica e poco complessa delle sue pellicole.
Ai fan tarantiniani, tuttavia, sarà capitato di osservare che la durezza e la brutalità dei suoi personaggi assume via via una maggiore conformità e congruenza, un livello di consapevolezza più alto rispetto al tema centrale dei film: le trame si infittiscono, i dialoghi si fanno più cupi, dissacranti, acuti, la sceneggiatura e le riprese più ambigue. Partendo da un versetto biblico rivisitato nel ben noto “Pulp Fiction”, passando per la vendetta ebrea contro i nazisti in “Bastardi senza gloria”, per la rivalsa della schiavitù nera con “Django Unchained”, Tarantino approda in un nuovo modo di pensare, concepire e fare cinema.

Un taglio con il passato?

“C’era una volta … a Hollywood” pare voler chiudere un capitolo dell’età giovanile del regista, della sua carriera così come la conosciamo, aprendo le porte ad un Tarantino più maturo e riflessivo.
Intrecciando vicende puramente inventate a fatti storici, viene messa in scena la storia di un attore di film western in fallimento, Rick Dalton, e della sua controfigura, Cliff Booth, nonché amico e autista, (o “galoppino” come lui stesso si definisce nel film), intenti ad entrare a far parte del cinema hollywoodiano.
Il filone del cinema di fine anni ’60 e di Rick Dalton, interpretato da Leonardo di Caprio, è affiancato alle vicende di Cliff Booth, interpretato da Brad Pitt, il quale incontra una strana giovane hippie che gli presenterà la sua comune immersa in un’aria sinistra. Gli eventi della storia si dispiegano sullo sfondo dei fatti legati alla famiglia Manson e alla vita carrieristica dell’attrice Sharon Tate, ruolo assunto da Margot Robbie.
Rick Dalton, difatti, si trova ad essere vicino di casa della celebre attrice e di suo marito, Roman Polanski. Tuttavia, il film scorre indipendentemente su questi tre binari, sino al termine, ove i tre filoni convergono.

La scenografia, altamente specifica e precisa, si propone di riportarci nella vecchia Los Angeles del ’69, imitando anche manifesti ed insegne del periodo, compito considerato difficile: Los Angeles, infatti, è una città “che non dorme mai”, e nel corso di 51 anni ha cambiato notevolmente la sua estetica urbana.
Ma non è tutto: l’opera di riproduzione e ricostruzione è evidente anche nel voler riportare sulla pellicola colori piuttosto accesi e contrastanti, vagamente vintage, che creano un’atmosfera calda e permettono allo spettatore di immergersi completamente in un nostalgico ricordo di quegli anni.

La scelta del regista è quella di concentrarsi su momenti delle vite dei personaggi non particolarmente significativi o importanti: non rappresenta Sharon Tate in momenti topici della sua carriera, ma l’attrice che si reca al cinema, senza che gli spettatori si accorgano di lei, per assistere alla programmazione del film stesso in cui aveva precedentemente recitato, compiacendosi in silenzio e dolcemente nel vedere il pubblico che apprezza le sue battute.
Al contrario, a Rick Dalton Tarantino assegna un’ampia scena ove rappresenta il lavoro dell’attore in atto, direttamente sul set di un nuovo film western, in cui riscopre, non senza fatica e attimi di sconforto, il suo talento e la sua profondità come artista. Il tentativo pare essere quello di voler ritagliare uno spazio con la pretesa di mostrare la vita degli attori, che vediamo in tv, spogliata della sua intoccabilità ed irraggiungibilità, evidenziando la natura puramente umana delle stesse star hollywoodiane.

Tarantino: omaggio a se stesso

Questo omaggio al cinema è tutto racchiuso nei continui richiami e nelle citazioni ai suoi vecchi film, che rendono il suo nono capolavoro un più che degno semi-addio al suo pubblico.
Perché sì, pare che questo sia il penultimo “C’era una volta …” firmato Tarantino sui nostri schermi.
Dunque, la scelta di inserire nel cast Leonardo Di Caprio e Brad Pitt è già un chiaro rimando ed omaggio ai suoi due grandi film che li vedono protagonisti: “Django Unchained” e “Bastardi senza gloria”. Ma non solo: riferimenti a “Django” si trovano nel fatto stesso di voler inscenare un set western, in cui Di Caprio, ossia Rick Dalton, recita un ruolo abbastanza simile a quello che assume nel film del 2012. O ancora, una scena di un vecchio film, in cui Rick Dalton aveva recitato, rappresenta quest’ultimo che uccide un gruppo di nazisti con un lanciafiamme, evidente richiamo all’indimenticabile scena di “Bastardi senza gloria”.
Inoltre, come Tarantino stesso dichiara: “ È il film più vicino a Pulp Fiction che ho fatto, perché racconta di una coppia di protagonisti e dei moltissimi altri personaggi che incontrano, disegnando un grande arazzo di tutta la città”.

Rick Dalton e Cliff Booth a confornto

Quello che emerge nella nuova coppia è una diversità sostanziale dei due personaggi.
Infatti, Brad Pitt, immerso nel ruolo della controfigura di Rick Dalton, pare essere il suo alter ego anche nella vita reale: più pacato, tranquillo, menefreghista, più povero.
La scena che lo vede protagonista e in cui rivela la sua natura schietta, nel ranch degli hippie, è caratterizzata da una sceneggiatura piuttosto sinistra, da dialoghi enigmatici e simbolici, allusivi a qualcosa di poco esplicito ed ermetico. Tuttavia, questa tensione pare non risolversi, rimane aperta ed inconclusa: alla violenza fine a sé stessa, Tarantino sostituisce una tensione fine a sé stessa.
Uno dei momenti più ansiosi del film  viene sottolineato e accentuato dalla scelta di un brano musicale carico di sospensione, che agita il pubblico irrequieto sulle sedie: “You keep me hangin’ on” dei Vanilla Fudge.
Per il resto, la scelta della colonna sonora, seppur sempre originale nel suo genere, non è particolarmente degna di nota, non perché non vi siano brani meravigliosi e che hanno fatto la storia della seconda metà degli anni ’60, ma piuttosto perché molto famosi e quindi meno particolari: è il caso di Mr. Robinson di Simon and Garfunkel, o di Hush dei Deep Purple.

Rick Dalton, l’altro protagonista della stravagante coppia, impersonato da Leonardo Di Caprio, invece, è un personaggio eccentrico, poco stabile emotivamente, irascibile, ma allo stesso tempo totalmente dedito al suo lavoro, ruolo ulteriormente complicato per il continuo oscillare tra l’interpretazione  vera e propria dell’attore e la recitazione di Rick Dalton sul set: una recitazione nella recitazione, che Di Caprio incarna strepitosamente.
Le continue riprese del cinema nel cinema rimandano ad una concezione meta-teatrale che sembra voler rivelare ancora una volta la passione stessa del regista per il suo mestiere, con i suoi lati più duri e faticosi (le riprese sul set, i copioni imparati a memoria) ed i suoi lati più preziosi e appaganti, come rivedere il frutto del proprio lavoro da spettatore (scena rappresentata da Sharon Tate), notando che il proprio fare arte viene concepito, compreso, interiorizzato e amato dall’uditorio, e creando quel legame virtuale attore-pubblico in cui vi è intesa reciproca senza mai davvero incontrarsi.

Insomma, se Tarantino ha sempre cercato di stupire, questa volta ha voluto superare se stesso e le aspettative.
Come lo stesso Rick Dalton dice nel film : “In questa città può cambiare tutto all’improvviso”. E il suo genio creativo non smetterà mai di sorprenderci tutti, su quegli schermi, all’improvviso, in quel magico mondo che è il cinema e l’arte, dove tutto è possibile.

Di Marta Maderna

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